Sicilia On The Road - Capitolo 2 - In viaggio verso la Sicilia


L’idea della vacanza era semplice e delineata. 

Spiagge libere, buttati per terra tutto il giorno, pranzo al sacco, colazioni super abbondanti, cena a base di street food e trattorie tipiche. Cibo, sole, musica e relax, what else?  
Già pregustavo tutte le prelibatezze siciliane, il calore secco del Sole, il torpore della sabbia! 
In un certo senso mi stavo sbagliando, pensavo a una vacanza di mare, ma sarebbe stata molto di più. E il viaggio per arrivare sull'isola sarebbe stato il giusto preambolo.

Il traghetto sarebbe partito da Salerno la domenica alle 13.30 e bisognava essere all’imbarco un paio di ore prima. Il viaggio in autostrada sarebbe durato 9 ore (comprese le soste), quindi una partenza ottimale sarebbe stata intorno alle 2 di notte, per non correre rischi diciamo a mezzanotte. 
Ma ricordatevi che partivo con Laura. 
Secondo la sua logica ansiolitica l’orario più adatto alla partenza sarebbe stato intorno alle 20 del giorno prima!
Adesso, io capisco che lei sia stata in Puglia una volta nella vita e che sotto l’Arno non sappia cosa ci sia, ma partire 14 ore prima per fare 9 ore di viaggio era assurdo! 

Però ha quel modo tutto suo per convincerti. Non impone niente, semplicemente ti fa entrare in contatto con la sua ansia, in modo schivo, quasi elegante, saltuario, quando non te lo aspetti. 
Una domanda ogni tanto: “Ma quindi sei proprio convinto di voler partire così tardi?”, un confronto con qualcuno che conosci: “Bè, anche tizio ha detto che sarebbe meglio partire prima”, uno sguardo languido quando si parla dell’orario di partenza… ok ok, ho capito! Hai vinto tu. Partiamo prima. Alla fine della partita di Champions’ League dell’Atalanta. Partenza 23.30! è deciso.
Pensate sia davvero andata così? Naaa. A fine primo tempo ho spento la tele, la macchina era già carica e siamo partiti. 
 
La serata era stupenda, clima ideale, nessuna nuvola, musica giusta. Ah già, la musica! Laura si era offerta qualche giorno prima di preparare la chiavetta usb con le canzoni. Uno scempio. Una chiavetta piena zeppa di musica latina e pop italiano. Bella, per l’amor di Dio. Però non adatta a un viaggio on the road di non so quanti mila chilometri. 
Io già mi vedevo con i finestrini abbassati lungo le strade deserte, con il Sole alle spalle, e lei metteva di sottofondo a quest’immagine la Pausini?? Anche no, dai. 
Risistemammo la playlist con dei classici rock anni 70, un po’ di trash italiano, qualche chicca da snob intellettuale e un altro po’ di grezzume internazionale. Era perfetta.

Non erano nemmeno le 22, e noi avevamo appena superato Melegnano, quando vidi un’ombra aleggiare sopra lo sguardo di Laura. 
L’espressione di Laura stava lentamente cambiando, la sua euforia stava lasciando sempre più spazio a lunghi silenzi. Stava per scoppiare una bomba, lo vedevo, ma non mi era ancora chiaro perché. Continuava ad ascoltare audio dal telefono e a scrivere messaggi in modo frenetico. 
Qualche secondo dopo, con la voce piena d’ansia, sussurrò: “è il canile, dicono che Blacky (il suo cane) continua a piangere, è agitato, non sanno come gestirlo. Mi hanno chiesto se possono riportarlo a casa e lasciarlo lì qualche giorno, da solo!” 
Non scherzo quando vi dico che stava per scoppiare a piangere. 
Noi eravamo partiti, i suoi genitori anche. O facevamo saltare tutto per il cane o dovevamo trovare una soluzione in fretta.
Laura è profondamente affezionata al suo cane, tanto da cercare per lui non un semplice ricovero (come ho fatto io con il mio), no, lo ha portato in una sorta di associazione hippie dove i cani vivono in casa, liberi, dormono con i gestori della struttura e di giorno pascolano tranquillamente nel giardino. 

Cercai di far tranquillizzare Laura, ma non era semplice. I signori di questo asilo nido per cani continuavano a mandarle audio dove si sentiva il cane piangere e guaire. 
Incalzai Laura facendole capire che la cosa migliore sarebbe stata quella di far mettere in contatto il padre con il canile. Lei è buona, buonissima, e per questa sua caratteristica a volte perde la lucidità e quella verve di cattiveria che serve, facendosi sopraffare dall’emotività. Sapevo che il padre avrebbe saputo affrontare il problema in maniera più pragmatica. 
Tra il suo intervento con l’asilo nido per cani e il mio con Laura, che cercai di far ragionare e tranquillizzare, il panico generale rientrò. 
Il cane dopo qualche ora di ambientamento sembrava essersi quietato e noi potevamo continuare il nostro viaggio, ormai giunti quasi all’altezza di Firenze.  

Come è consuetudine, con la stessa velocità con la quale Laura si era agitata, adesso si era rasserenata, mostrando tutta la sua felicità per questa partenza. 

Decidemmo di fermarci dopo Roma, a quasi 40 minuti da Napoli. Rimanemmo nel parcheggio dell’Autogrill poco più di mezz’ora. Le luci dei lampioni, i camion che facevano manovra, la posizione non proprio comodissima non mi fece dormire. Ma mi riposai. Mi ripresi dalla stanchezza della nottata, facemmo colazione e ripartimmo. Era davvero ancora troppo presto!

Costeggiammo Napoli alle prime luci dell’alba. Piano piano il Vesuvio diventava sempre più nitido ai nostri occhi. I pini marittimi si susseguivano lungo l’autostrada. Il cielo era sempre più luminoso e bello.
Arrivammo al porto di Salerno alle 6 della mattina, l’imbarco sarebbe stato alle 11.30.
Ma perché mi faccio sempre convincere dalle donne?!

Dopo essere passati dal porto, e vista l’ora, decidemmo di indirizzarci verso il centro di Salerno.  
Il lungomare era ampio, luminoso, con piante curatissime nel centro della carreggiata pedonale. Era molto presto ma c’erano moltissimi netturbini che spazzavano i marciapiedi e raccoglievano la spazzatura. Era tutto ordinatissimo, pulito, sistemato, elegante e luminoso.
Mi accorsi in quel momento di quanto i media influenzino la nostra visione sulle città italiane. Ma se io, che amo e conosco il Sud, mi sono fatto abbagliare in questo modo, coloro che hanno già preconcetti verso queste terre non troveranno mai il motivo per ricredersi. 

Salerno era incantevole, come se avessero trapiantato Torino sul mare. Stessa architettura, stili simili, candore, pulizia, spazi ampi. Pensavo che ci saremmo trovati in una città grigia, sporca, tipica di porto, come Genova o Livorno, e invece era ariosa e gradevole. 

Ancora sopraffatto dall'architettura, la mia attenzione venne richiamata dalle persone intorno a me. C’era moltissima gente. Cioè, c’era tanta gente considerando che era domenica mattina ed erano circa le 7. C’era un via vai continuo di runners di tutte le età, signorotte anziane che marciavano chiacchierando vispamente, cinquantenni in pantaloncini con passo costante e deciso da mezzofondo, ragazzi in divisa sportiva di varie società che si scaldavano facendo stretching. Quasi mi fermai. Mi immaginavo di trovare tutt'altro. Ma perché avevo una visione tanto distorta della realtà? Mi sentii in colpa per la superficialità che avevo avuto nell’etichettare quella città, quasi senza nemmeno rendermene conto, senza alcun motivo, senza alcuna base sulla quale le mie supposizioni avessero fondamento. 
Poi sorrisi. Il mio viaggio serviva proprio a quello. A conoscere ciò che non conoscevo. Mi sentii libero da sovrastrutture e felice per questo. 

Camminammo lungo tutta la zona pedonale. I bar erano ancora chiusi, il Sole era sempre più luminoso e iniziava ad infastidire gli occhi assonnati e sempre più rossi.
  
Davanti a me, sulla spiaggia, c’era un signore tra i 70 e gli 80 anni, era già in costume. Aveva aperto la sua sediolina pieghevole e stava leggendo la Gazzetta. Più in là una signora sulla cinquantina con il suo labrador nero, passeggiava sul bagnasciuga, lanciando una pallina da tennis per far correre il cane. E infine, vicino alle docce, un gruppo di ragazzini. Mi concentrai su di loro. Erano vestiti con abiti che tra poco sarebbero risultati pesanti. Jeans, maglie, felpe con il cappuccio. Mi piaceva il loro stile da underground artistico. Si vedeva che erano ancora assonnati, certi movimenti erano rallentati, poi accesero della musica che facevo fatica a distinguere, ma dal bit penso fosse rap di ghetto, e uno alla volta iniziarono a fare poche semplici mosse di break dance. 
C’è gente che vive così tutto l’anno, mentre noi avevamo dovuto fare 700km per quei momenti di pace.

Ero stanchissimo. Ci sdraiammo su una panchina in muratura sotto un ampio salice. Il clima  all'ombra era perfetto. 
Iniziammo a decidere dove andare a fare colazione. Vedemmo che le persone si dirigevano verso un bar che non affacciava sul mare, ma che si trovava dall’altra parte del lungomare. Entrammo. Si spalancò davanti a noi un candore lucido. Pavimenti in marmo bianco e nero. Mobili bianco laccato, vetrine dei dolci illuminate a led, camerieri in camicia bianca e cravattino nero. Ci avvicinammo al bancone delle brioches e ci facemmo consigliare. 
Laura prese una sfogliatella con ricotta aromatizzata alla scorza d’arancia. Io presi una sorta di bombolone alla ricotta. Era ancora caldo. Ci spostammo per farci servire il caffè, accompagnato da un immancabile bicchiere di acqua gasata. 

Presi la tazzina di caffè e notai subito che la ceramica era notevolmente spessa, e soprattutto era calda. Tutte le tazzine venivano riscaldate prima di versarci il caffè, che, vidi, era molto ristretto e, in apparenza, molto più denso di quanto viene servito a Milano. Per assaporare a pieno il suo sapore non lo zuccherai. Era maledettamente delizioso! Io non so spiegare il perché, ma era equilibrato, deciso, avvolgente. Il caffè più buono che io abbia mai bevuto!
Mi resi conto che se lo avessi zuccherato sicuramente avrei rovinato quell’equilibrio di sfumature. Alzai gli occhi e vidi che Laura, non curante delle tradizioni, zuccherò il suo caffè e lo bevve d’un fiato. Scossi la testa e iniziai a prenderla in giro, come se avesse fatto una cosa indegna, da persona che disprezza il caffè partenopeo, come se avesse fatto una carbonara con la panna, come se avesse messo il formaggio sul pesce. 
Povera, crede a tutte le fesserie che le dico, arrossì e nascose la bustina di zucchero aperta. 
Dopo il caffè passammo al dolce. Il mio era una bomba. Era caldo, fresco, setoso, morbido, dolce ma non stucchevole. Mi sentii rinascere.

Mancava ancora molto alla partenza e iniziavo a non saper più come passare il tempo, ma almeno eravamo a stomaco pieno. 
Gli occhi mi bruciavano, volevo lavarmi la faccia, volevo un materasso e un cuscino. Non avevo molte alternative, mi sdraiai sulla fresca pietra di una panchina, appoggiai la testa sulle gambe di Laura e le chiesi di raccontarmi una favola per farmi addormentare. Una frana totale. È più forte di lei, non riesce a inventarsi le fiabe. Rimasi a guardare la luce che filtrava tra le fronde degli alberi. Sembrava tutto scorrere a rallentatore.

Quella giornata non terminava mai. Eravamo partiti dodici ore prima e saremmo arrivati a destinazione tra più di dodici ore. Ero in quella fase in cui si è troppo stanchi per fare qualcosa, e troppo annoiati per stare fermi. Guardai Laura, erano circa le 10, e le dissi: 
“Dai, andiamo all’imbarco del traghetto, così facciamo qualcosa.”

Tornammo alla macchina e lentamente, molto lentamente, così lentamente che non misi mai la quarta, ci dirigemmo al porto. Alla porta carraia trovammo ancora le due guardie a cui avevamo chiesto informazioni qualche ore prima. Adesso il Sole non solo era accecante, ma iniziava a diventare incandescente. 

Una volta scesi dalla macchina una signora molto magra e già accaldata ci chiese i documenti e il biglietto per registrarci. Proprio non invidiavo quella donna con le sue scarpe antinfortunistiche, pesanti pantaloni blu e polo dell’azienda per cui lavorava. Arrivarono altre macchine, si aggiunsero altre famiglie e poco prima delle 11.30 la signora in divisa ci disse di entrare in auto e di seguire gli incaricati. Stavamo per partire.

Una volta parcheggiata l’auto all’interno della grossa nave, non senza difficoltà per il gioco di frizione sulla ripida salita in lamiera, ci dirigemmo in accettazione dove, con grandissimo stupore, ci venne assegnata una cuccetta privata dove dormire. 
Ancora oggi non ho capito se fu un errore o un colpo di fortuna per via di qualche norma anti-Covid, fatto sta che, increduli, andammo a sistemarci nella piccola stanzetta a noi assegnata. 

Prima di partire avevamo fatto mille calcoli, ragionamenti, stime, ma non avevamo pensato che trascorrere tutto il tempo in passaggio ponte sarebbe stato eccessivo, non avevamo considerato quanto sarebbe stato stancante e lungo il viaggio. 
La fortuna questa volta ci aveva guardato attentamente e ci aveva scelto con cura. 

Nella loro semplicità, quei pochissimi metri quadrati, sembravano un sogno. Due letti singoli, un bagno con doccia privato, un attaccapanni dove appendere le magliette intrise di sudore e stanchezza.
Ci sdraiammo sui letti, ero davvero stanco, cercammo di dormire un po’ ma non ci riuscimmo. Qualche breve sonnellino fu sufficiente a farci riacquistare le forze. 
Nello zainetto frigo ormai erano rimasti solo wafer e merendine Kinder, era ora di mangiare qualcosa di più "sano". Prendemmo della pizza scaldata al microonde, un pacchetto di patatine e due birre. La nostra dieta aveva poco da lamentarsi, sapeva a cosa sarebbe andata incontro nei giorni a seguire. 

Andammo fuori a prendere una boccata d’aria. Il vento caldo ci accarezzava il viso, intorno a noi solo acciaio e mare. 

Qualche ora dopo il Sole tramontò proprio dietro a un vulcano, che penso fosse lo Stromboli.
Eccola, la prima immagine da cartolina di questa vacanza.

Stromboli

Il cielo era ormai scuro e le stelle iniziavano ad intravedersi quando mi suonò il cellulare. 

La chiamata era abbastanza disturbata ma si capiva, era la receptionist del b&b che avevamo prenotato per il pernotto a Messina. 
“Salve sig. Castronuovo, volevo sapere a che ora dovreste arrivare, così mi organizzo” disse in forte accento siciliano. 
“Guardi, arriveremo in porto alle 22.30, una cosa e l’altra penso saremmo lì per le 23.” 
“Va bene, ma da dove siete partiti? Da Salerno, giusto? Eh allora arriverete qui per le 21.30…” 
Pensai che per il vento e il segnale scarso non avesse capito: 
“No guardi che dicevo le 10.30 di sera” e lei, con naturalezza e tranquillità olimpionica mi rispose: 
“Si, si, questo è quello che scrivono loro, ma vedrete che sarete qui per le 9.30, allora vi aspetto per le 10, massimo, ma secondo me arriverete prima. Comunque, ci vediamo dopo.” Riattaccò.
Guardai Laura perplesso. 
“Non so se ho capito bene la signora del b&b, è convinta che arriveremo un’ora prima, ma mi sa che si sbaglia…”

Non si sbagliò.

Alle 21 circa incominciammo a intravedere le luci della città e, infine, sempre più nitida e lucente, la statua della Madonna che annuncia l’ingresso al porto di Messina, dandoci il benvenuto con la sua scritta in latino che recita: “Benediciamo voi e la vostra città”.

Eravamo arrivati in Sicilia, ma mi sentivo come se fossi stato davanti alla Statua della Libertà e quelle luci fossero New York. 

La Sicilia si spalancava davanti a noi.

Il viaggio per arrivare era stato interminabile, ma ora, era concluso. 




(a seguire Capitolo 3 – Il benvenuto)


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